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Pubblicato nell'autunno del 2006, a pochi giorni dal cinquantesimo anniversario della rivoluzione ungherese del 1956, il mio primo libro è dedicato alla ricostruzione di quei tragici giorni ed alla conseguente, grave frattura tra la dirigenza del Pci e 101 noti intellettuali comunisti. Ripercorsa attraverso le testimonianze dirette di alcuni di loro, è la storia di un gesto di rivolta culturale e politica contro una delle scelte che hanno bloccato l'evoluzione della sinistra italiana.





 


 

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6 febbraio 2012

Cambio blog

A causa di problemi logistici con la piattaforma del Cannocchiale, ho aperto un altro blog che in breve tempo diverrà l'unico che continuerò ad aggiornare. Nel frattempo cercherò di inserire tutti gli articoli e gli scritti postati qui in un archivio del nuovo blog. Per questo, vi invito tutti a continuare a seguirmi su www.valentinameliado.blogspot.com





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31 gennaio 2012

Avvocati in rivolta. Vi rispiego perchè

Sarebbe buona regola non tornare su un argomento di cui si è trattato anni prima (al tempo delle liberalizzazioni di Bersani), e di cui già allora, causa conflitto di interessi, avrei preferito non occuparmi, ma - oggi come allora - quello che leggo sui giornali e che sento dire in giro mi spinge a non esimermi. Mi sono ormai definitivamente convinta che non sia possibile legiferare in materia forense, né scriverne, senza aver mai messo piede in un tribunale, soprattutto in quello civile di Roma, perché qualunque politico, tecnico o giornalista che vi avesse ficcato il naso saprebbe con certezza una serie di cose: 1. L'accesso all'avvocatura non va facilitato, anzi. Nella sola città di Roma vi sono più avvocati che in tutta la Francia, e questo perché la difficoltà dell'esame di abilitazione alla professione varia enormemente a seconda delle città in cui lo si affronta. Se le istituzioni si preoccupassero di impedire la transumanza verso città con una percentuale di promossi del 97% avremmo meno avvocati ben più qualificati. 2. Non si può ridurre il praticantato a 18 mesi e meno che mai ad un anno, compensando sei mesi con il tirocinio all'università, perché un laureato in giurisprudenza è una tabula rasa cui le nozioni giuridiche che ha imparato torneranno utili solo dopo aver imparato a gestire gli adempimenti del tribunale, la composizione e gestione delle pratiche e la stesura degli atti, tutta roba che si apprende solo sul campo. 3. "Vendere" giustizia non può essere come vendere affettati. L'avvocatura non può essere ridotta ad una professione commerciale, per questo la questione dei soci di capitale è vista con estremo sospetto. Ci sono tante ottime cose nel mondo anglosassone che non possono essere semplicemente trapiantate in Italia. 4. Finché i tempi della giustizia varieranno da sei mesi a ventisei anni (caso limite ma realmente accaduto) sarà difficile che gli avvocati possano fare un preventivo credibile ai propri clienti, tanto più che la maggior parte dei soldi versati agli avvocati nel tempo di durata della causa servono a sostenere le spese della giustizia, che non sono affatto basse. 5. Ho letto che se ci sono tanti laureati in giurisprudenza è perché la professione evidentemente continua ad essere remunerativa. Chi ha scritto ciò non sa che gli studenti di giurisprudenza non hanno la più vaga idea di come sia veramente l'attività, che la maggior parte di quelli che diventano avvocati decidono in pochi anni di rinunciare alla libera professione, e che la facoltà di giurisprudenza è una delle più gettonate perché anche chi non sa cosa farà pensa gli possa tornare utile per eventuali concorsi. 6. Fa semplicemente ridere, se non piangere, l'idea che la lunghezza dei processi sia da imputare agli avvocati perché in questo modo guadagnerebbero di più. E' totalmente falso. La lunghezza dei processi danneggia l'avvocato, il quale il vero guadagno lo vede solo alla fine della causa, quando vince, perché non di rado quando perde il cliente rifiuta di pagarlo. 7. Qualcuno pianti le tende qualche giorno in tribunale e si faccia un'idea della realtà del sistema giudiziario, prima di legiferare o di chiacchierare.





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29 gennaio 2012

Quattro anni di silenzio

Quattro anni possono essere un'eternità, anche quando sono caratterizzati da avvenimenti che ti fanno sentire dentro un turbine continuo dal quale a un certo punto ti chiedi se riuscirai più ad uscire. Così li ho trascorsi io. In apnea. In affanno. In guerra. Quattro anni in cui mi sono trovata in mezzo al tornello della vita: c'è chi entra e chi esce, quasi contemporaneamente; quattro anni in cui mi sono arrampicata sulla vetta più alta per toccare il cielo con un dito ed essere buttata giù, più giù, ancora più giù. Quattro anni di molti schiaffi e alcune, indimenticabili, carezze; quattro anni in cui ho creduto di non avere più nulla da dire, da scrivere, da esprimere. Quattro anni di silenzio.
Quando ho trovato il coraggio di aprire di nuovo questo blog credevo non esistesse più. Ho riletto tante cose che non ricordavo nemmeno di avere scritto, ho provato sensazioni che si erano sopite, mi sono svegliata da un lungo, involontario sonno. E mentre io cerco di uscire da questo torpore, di scrollarmi di dosso la paura di rimettermi in gioco, il mondo è diventato un posto diverso da quello che ho smesso di commentare. Un mondo che non sa se stavolta ce la farà. E mai come ora sento che c'è molto da dire; mai come ora sento di dover ricominciare. Con tutte le paure, i dubbi, le incertezze e i segni lasciati da quattro anni di vita.





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13 marzo 2008

L'economia crolla, ma il governo gongola

E’ straordinario come l’attesa certificazione della debacle economica dell’Italia sia stata rapidamente attribuita alla sfavorevole congiuntura internazionale. Congiuntura innegabile, determinata da un inarrestabile aumento dei prezzi delle materie prime - a sua volta innescato dalla crescita esponenziale dei consumi di paesi come Cina e India - e dalle dinamiche poco libere e concorrenziali della produzione e del mercato, ad esempio, del petrolio. Problema globale dunque, cui l’Italia dovrà rispondere sia come singola economia che come membro dell’Unione Europea, ma la realtà della situazione internazionale non giustifica, da sola, il dimezzamento delle previsioni di crescita per il 2008, né il ristagnare della produttività e tantomeno il crollo dei consumi. L’attuale governo, in carica dalla primavera del 2006, ha goduto non solo di un extragettito eredità del precedente esecutivo, ma di oltre un anno di congiuntura economica internazionale favorevole; la ripresa, seppur breve, c’è stata e gli altri paesi europei, infatti, non soffrono l’attuale crisi come l’Italia.

La differenza sostanziale sta nelle priorità che il governo Prodi si è dato, trascurando totalmente i fattori di crescita della produttività e dei consumi a favore di un risanamento dei conti pubblici che di qui a dodici mesi si rivelerà totalmente fittizio. Non solo perché la mancata crescita produrrà un innalzamento del rapporto deficit/pil (pur rimanendo sotto la soglia del 3%), ma anche perché la spesa pubblica – su cui non si è veramente intervenuti neanche a fronte di entrate record - ricomincerà a correre a causa dei capitoli di spesa messi a bilancio per il prossimo anno. Una gatta in più da pelare per il prossimo governo che – presumibilmente – sarà di centrodestra. Aveva dunque ben poco di cui andare fiero il ministro Padoa Schioppa, quando ha dichiarato che il risanamento è merito del governo mentre il rallentamento economico è colpa della congiuntura internazionale, ed è ben strano che a sostenere questo siano gli stessi personaggi che durante il governo Berlusconi – segnato da episodi come l’11 settembre, due guerre e una crisi mondiale dei rapporti con i paesi islamici – hanno addebitato la bassa crescita economica esclusivamente alle scelte dell’esecutivo di allora; ma allora, quantomeno, la crisi fu fronteggiata senza gravare ulteriormente sulle tasche degli italiani, tentando di razionalizzare la spesa con la riforma della pubblica amministrazione e il blocco delle assunzioni, indispensabile per l’assorbimento degli esuberi nella forza-lavoro realmente necessaria senza procedere a licenziamenti di massa, e con un piano di lungo termine per le infrastrutture la cui mancanza è tra i principali fattori di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Un impianto ben diverso dal rastrellamento indiscriminato di risorse, il blocco delle grandi opere e il terrorismo fiscale. Il tutto senza aver inciso minimamente sulla capacità d’acquisto dei lavoratori e sulla piaga del lavoro nero, perché questi due problemi possono essere affrontati soltanto puntando sulla produttività e sulla detassazione degli oneri sul lavoro stesso. Se si calcola che sul compenso di un’ora di lavoro di una collaboratrice domestica, ad esempio, lo Stato pretende dal datore di lavoro una cifra pari al 40% del compenso stesso, le ragioni dell’immobilismo produttivo e salariale saltano agli occhi.

Oggi è quasi surreale sentire Veltroni far proprie le parole d’ordine, le promesse e l’ottimismo del Cavaliere della campagna elettorale del 2001, quando il mondo, semplicemente, sembrava andare in tutt’altra direzione, ma la realtà della situazione – e la prudenza che questa determina nel programma e nelle affermazioni del Cavaliere di oggi – è ben rappresentata dalla lunga coda di pensionati davanti ad un distributore di latte con la bottiglia di vetro da un litro da riempire al prezzo di un euro. Cose che non si vedevano, ha sentenziato una signora, dal 1943.

Una cosa è certa: il governo che vincerà le elezioni si ritroverà solo a tentare di vincere la sfida – difficilissima - per uscire definitivamente dal tunnel, perché l’Europa, che gongola scioccamente per la forza dell’euro sul dollaro, continuerà a perseguire la sua politica dei tassi di interesse almeno fino a quando l’economia degli altri paesi europei – più solidi e più competitivi dell’Italia da decenni – sarà in grado di resistere agli scossoni internazionali.

Valentina Meliadò




permalink | inviato da ValentinaMeliado il 13/3/2008 alle 17:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

15 febbraio 2008

Progetto globale

Spoliticizzazione. Questa deve essere la parola d’ordine per la campagna elettorale. Spoliticizzazione e controrivoluzione culturale. Perché questa volta parlare di economia, di sicurezza, di politica estera, di tasse, di produttività, di liberalizzazioni e di potere d’acquisto non basterà. Questa volta ci vuole un progetto culturale, una rivoluzione in grado di investire tutti quegli aspetti malati della vita pubblica che costituiscono il vero blocco a tutte le buone intenzioni programmatiche.

Ci vorrà il coraggio di sfidare qualcosa di più grande, potente e diffuso di qualche lobby politica, sindacale o professionale; ci vorrà il coraggio di sfidare una certa mentalità, di andare all’origine delle ragioni che ne hanno favorito la diffusione, di restituire a questo Paese un riferimento identitario, culturale e filosofico forte, credibile, e un senso di appartenenza a valori e istituzioni che devono rappresentare - al contempo - la migliore tradizione e la capacità di valutare ed elaborare la contemporaneità. E allora ricominciamo ad educare i giovani, a farli studiare sul serio, ad insegnare loro l’educazione civica e ad inculcargli quel po’ di senso di disciplina che serve a distinguere il confine tra libertà e licenza; insegniamo loro che il rispetto dell’autorità (scolastica, genitoriale o istituzionale) non è una forma di oppressione ma una tappa necessaria del processo formativo di qualsiasi individuo che viva in una società organizzata. Valorizziamo le capacità, l’impegno, il merito e restituiamo importanza al conseguimento dei titoli di studio; spoliticizziamo scuola e università, pretendiamo il massimo della conoscenza, della professionalità e dell’oggettività dagli insegnanti, e in cambio riserviamo loro prestigio sociale e un trattamento economico più consono all’importanza del loro ruolo. Spoliticizziamo gli enti locali, le aziende pubbliche, le gare d’appalto, i servizi, il terzo settore; si può fare. Si possono abolire le leggi che consentono ai partiti di spartirsi le poltrone della sanità pubblica, degli enti (di cui qualche decina, se non di più, dovrebbe essere abolita), delle società di servizio. Privatizziamo – laddove questo non infici il diritto d’accesso – i servizi municipali, e creiamo un vero libero mercato a livello nazionale, il che non significa liberalizzare tassisti e barbieri, ma abolire l’Abi, combattere i cartelli commerciali, controllare i passaggi della produzione, distribuzione e vendita al dettaglio dei beni primari (ci sarà pure un motivo se i prezzi non diminuiscono nemmeno di fronte al netto calo dei consumi), sburocratizzare tutte le pratiche che potrebbero essere sbrigate con semplici autocertificazioni, parificare il rapporto tra cittadini e istituzioni tanto a livello giurisprudenziale (vincere una causa contro un ente pubblico è praticamente – codici alla mano – impossibile) quanto politico (troppa inaccessibilità, troppi privilegi, troppa distanza tra la realtà della vita dei politici e quella della gente comune).

Bisognerebbe poi avere il coraggio di dire che la diminuzione del controllo dei partiti sulla vita pubblica deve passare per l’abolizione del finanziamento pubblico. Dovremmo prendere esempio dagli Stati Uniti, dove un outsider è in grado di sfidare la volontà del suo partito grazie all’appoggio economico e morale dei cittadini; dove si può nascere poveri e concorrere per la presidenza contando sul gradimento che le proprie idee e capacità sono in grado di suscitare nelle persone, nelle associazioni, nelle istituzioni; dove ci si può affermare perché la società civile non è uno spezzatino di enti, società, sindacati, cooperative e associazioni politicamente asserviti, ma una moltitudine di interessi diversi che si muovono e si schierano anche intorno a singole persone e alle sue proposte. Dove l’individuo non è percepito come un nemico della collettività perché la collettività stessa non è altro che l’insieme di milioni di individui; dove il diritto del singolo conta quanto quello di tutti gli altri messi insieme.

Spoliticizzare. Dare a questa campagna elettorale un senso, uno scopo, delle linee guida ideali, filosofiche, etiche. Senza fanatismo, senza cinismo, senza spocchia e senza soggezione. Così, forse, avremo qualcosa di più di un nuovo governo.

Valentina Meliadò




permalink | inviato da ValentinaMeliado il 15/2/2008 alle 18:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

9 febbraio 2008

Effetto domino

Ora sì che la campagna elettorale si fa interessante. La migliore e la più importante di tutte le conseguenze del fallimento del governo Prodi è l’accelerazione storica che questo ha innescato. Chi avrebbe potuto scommettere seriamente sulla determinazione di Veltroni di correre da solo alle prossime elezioni, se l’espediente dell’Ulivo non avesse prodotto venti mesi di ingovernabilità, paralisi e delusione nell’elettorato? Allo stesso modo la tensione degli italiani, riscontrabile in tutti i sondaggi, verso un sistema politico semplificato, più economico e più affidabile, ha accelerato il processo di federazione (propedeutico ad una futura unificazione) tra FI e An. La concreta possibilità di una competizione elettorale tra due grandi partiti, uno socialdemocratico e l’altro liberaldemocratico, conferisce alle prossime elezioni il carattere degli eventi storici, e i primi ad essersene accorti sono tutti quei partiti, medi e piccoli, che senza il sistema delle coalizioni multicolore sono condannati ad un ruolo inconsistente ed impossibilitati ad influenzare le scelte dei futuri governi, di destra come di sinistra, e questa realtà sta costringendo molti – che piaccia o meno - ad unirsi in una sigla e in un partito che in Parlamento possa rappresentare più del dieci per cento dell’elettorato. Lo hanno capito i partiti della Cosa rossa, lo capiranno, forse, anche altri, ma il punto è che il risultato - se questa tendenza farà scuola fino alla prossima primavera – non è molto diverso da quello che si desiderava ottenere con una nuova legge elettorale.

L’argine posto di fatto alla frammentazione politica in vista della campagna elettorale, inoltre, produrrà effetti positivi anche sui contenuti, sui programmi dei partiti che potranno finalmente puntare su chiarezza e brevità, ma questo elemento porta con sé un fattore di rischio, soprattutto per il Partito democratico, che dovrà dimostrare proprio con il programma che sottoporrà agli elettori di voler davvero rompere con determinate ambiguità per quel che riguarda, ad esempio, la politica estera, la sicurezza, l’ingerenza dello Stato nell’economia e nella vita pubblica, la meritocrazia scolastica, la giustizia, il terrorismo. E’ certo che la campagna del Pd punterà tutta sulla novità che esso stesso rappresenta e sul coraggio di correre da soli, ma Veltroni sa benissimo che non potrà sottrarre il proprio partito dalla condivisione di responsabilità dei venti mesi di governo Prodi – sostenuto fino all’ultimo giorno – e Berlusconi non mancherà di ricordarlo nei prossimi mesi. Sotto il profilo dei contenuti il Popolo delle Libertà è certamente avvantaggiato da una identità di vedute sulle grandi questioni nazionali ed internazionali già dimostrata nella precedente legislatura, ma – data anche la maggiore libertà di manovra di cui il nuovo partito gode – quello per il 2008 sarà un programma che andrà oltre la riproposizione di temi già cari al suo elettorato, presumibilmente ricco di proposte concrete e connotato da un’alta fattibilità (che è l’elemento su cui il centrodestra si gioca il suo ritorno a Palazzo Chigi).

Quello che è probabile è che su alcune questioni nazionali i programmi dei due maggiori partiti non saranno molto diversi e che – a prescindere dal vincitore – ci sarà una inedita possibilità di collaborazione nella prossima legislatura, mentre le differenze più rilevanti si concentreranno sulle questioni etiche, sul concetto di famiglia, di genitorialità, sull’identità e sul senso di appartenenza alla cultura e alla tradizione italiana, europea, occidentale.

Sarà comunque una grande sfida in un momento concitato per l’economia globale, con gli Stati Uniti che vivono una delle campagne elettorali più accese e interessanti della propria storia, la minaccia del terrorismo islamico che si fa sempre più spavalda con le dichiarazioni iraniane e i video di propaganda sull’uso di donne disabili e di bambini per gli attentati suicidi, il rigurgito di certo antisemitismo in Italia, i dubbi e le inquietudini legati alla situazione nei Balcani, alla regressione politica della Russia, all’inquinamento globale e alle nuove frontiere della scienza. Sarà una dura battaglia, ma questa volta, forse, con buona pace di qualcuno, a confrontarsi non saranno più due visioni manichee del mondo, ma due tradizioni politiche in grado di condividere valori universali.

Valentina Meliadò




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5 febbraio 2008

Eppur si muove

 

La fine delle consultazioni mariniane ha riaperto la strada verso le elezioni anticipate scontentando definitivamente coloro che negli ultimi giorni si sono sperticati addirittura ad affermare che il ritorno alle urne è una follia, e ce ne vuole di coraggio per dire una simile enormità in una democrazia basata sulla sovranità popolare che si esprime, com’è noto, con il voto. Certo, la gravità della situazione ha reso evidente a tutti che determinati problemi non potranno essere risolti solo dalla formazione di un nuovo governo, a prescindere dall’ampiezza e dalla omogeneità della maggioranza che lo sosterrà, e non sarebbe stato un danno se dalla crisi fosse nato un accordo tra i maggiori partiti per il raggiungimento di obiettivi che andassero ben oltre la riforma della legge elettorale, ma il fatto che questo non sia stato possibile ora non inficia la possibilità che con la prossima campagna elettorale si chiuda definitivamente una stagione e se ne apra, finalmente, una migliore.

Le variabili sono moltissime e le previsioni difficili, ma due sono le questioni principali: la scommessa di Walter Veltroni, che sembra orientato a fare della sinistra riformista italiana, con diciannove anni di ritardo, un grande partito socialdemocratico di stampo europeo, e la moderazione di Berlusconi, che sembra poco incline alla rivalsa e alla vendetta tout court, e più propenso ad un patto nazionale post elettorale (che lo veda in posizione predominante in caso di vittoria) con Veltroni. In mezzo c’è tutta la campagna elettorale e gli ostacoli che entrambi i leader dovranno affrontare all’interno dei propri partiti e dei propri schieramenti; la battaglia di Veltroni si preannuncia decisamente più dura e dipenderà dalla coerenza e dalla fermezza ch’egli saprà dimostrare. Nonostante alcune anime sinceramente riformiste, il Pd conta personaggi affatto inclini al cambiamento strategico e – soprattutto – culturale. In pochi sono disposti ad accettare l’idea di correre da soli facilitando, di fatto, l’affermazione del centrodestra, perché pochi sono intenzionati ad andare oltre il collante dell’antiberlusconismo per vincere, e meno ancora quelli convinti che con le posizioni della sinistra radicale un moderno partito socialdemocratico non dovrebbe avere nulla a che fare. Se a questo si aggiunge che Prodi, insieme ai suoi fedelissimi, prepara silenziosamente la vendetta, che i partiti neocomunisti non aspetteranno semplicemente di essere esclusi a priori da futuri governi di sinistra, e che tutti, anche figure di primo piano del Pd, sono seriamente preoccupati di rimetterci per sempre la poltrona, si capisce che la sfida di Veltroni è enorme e il suo successo sostanzialmente legato al gradimento che una simile operazione incontrerebbe nell’elettorato. Perché se anche le prossime elezioni fossero davvero compromesse per un Pd che corre da solo, una buona affermazione dimostrerebbe quanto questo Paese abbia bisogno di una sinistra socialdemocratica e riformista, e aprirebbe la strada ad un futuro di competizioni politiche equilibrate, basate sulla realtà dei problemi e dei rimedi e non su odi personali e demonizzazioni ideologiche.

In gioco, nei prossimi mesi, c’è una controrivoluzione culturale di cui l’Italia ha un bisogno estremo per il suo futuro; c’è il superamento delle schematizzazioni ideologiche (fascisti contro antifascisti), dell’egualitarismo scolastico e universitario, della politicizzazione di tutti gli aspetti della vita pubblica, della gogna mediatica e giudiziaria, della supremazia della massa e della piazza sull’individuo e sulle idee, del permissivismo ipocrita e menefreghista, della confusione tra licenza e libertà, della irresponsabilità personale e dell’incoscienza civica e civile. In una parola, del ‘68. Ecco cosa c’è in ballo. Per questo sarà dura e tutto dipenderà dalla lungimiranza e dalla determinazione di Veltroni e Berlusconi, che – oltre a tutto il resto – dovranno sopportare gli strali che gli pioveranno da fior fiori di giornali, salotti buoni e intellettuali che grideranno al trasformismo, all’inciucio e alla svendita della sinistra al nemico giurato. Il Cavaliere agli insulti è abituato, per Veltroni – come su tutti gli altri fronti – sarà una bella prova. Staremo a vedere.

Valentina Meliadò




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30 gennaio 2008

Soluzione all'italiana?

Che delusione queste consultazioni! Se davvero, come sembra, giorni e giorni di incontri e di riflessione si risolveranno in un governo esplorativo affidato a Marini, l’Italia, per l’ennesima volta, si sarà giocata l’opportunità di fare qualcosa di buono per se stessa.

Certo ci voleva un gran coraggio, soprattutto da parte di Veltroni, per fare di una nuova era di dialogo e rispetto reciproco – inaugurata proprio dal leader del Pd – una proposta politica così rivoluzionaria da indurre il presidente di Forza Italia a rinunciare ad un voto primaverile che lo vedrebbe, con ogni probabilità, vincitore. Ora è facile sostenere che sia il centrodestra a fare muro, ma le alternative proposte al ritorno alle urne sono, quantomeno, pavide; non si vede infatti quale possa essere un’ampia base parlamentare per riforme costituzionali importanti come i maggiori poteri al premier o la riduzione del numero di deputati e senatori (tanto più che fu proprio il centrodestra a varare queste riforme nella precedente legislatura, e il centrosinistra a boicottarle puntualmente nel nome dell’antiberlusconismo classico); meno che mai può essere accettabile l’idea di un governo a termine per cambiare la legge elettorale procedendo sulla base della bozza Bianco, non solo perché non c’è nessun accordo su tale bozza, ma anche perché la questione della legge elettorale sta diventando uno spauracchio, un pretesto per evitare le elezioni. Nessuno nega che la legge andrebbe modificata radicalmente, ma è ridicolo indicarla come l’unica responsabile dell’instabilità governativa. Non fu questa legge a produrre due crisi e tre diversi premier durante il quinquennio di centrosinistra 1996-2001, e non fu per la mancanza di questa legge che il centrodestra resse per tutta la legislatura tra il 2001 e il 2006. Dunque che senso ha un mandato esplorativo a Marini che non potrebbe far altro che concludersi con un nulla di fatto e con un logoramento politico che faremmo bene ad evitarci, anche in ragione di una preoccupante congiuntura internazionale?

Le consultazioni condotte da Napolitano con la prassi (non richiesta dalla Costituzione) di ascoltare tutti, compreso il presidente di Confindustria, rivelano l’ammirevole desiderio del capo dello Stato di trovare una soluzione che sia una sintesi tra le diverse posizioni, e certo il presidente della Repubblica – con il riferimento alla frammentazione politica relativa ai 19 gruppi parlamentari ricevuti – non ha nascosto la sua personale speranza di trovare una soluzione che preluda alla modifica della legge elettorale, ma questa esigenza – in mancanza di un accordo tra Pd e FI in senso fortemente bipolare – non può essere preposta alla chiara volontà degli italiani di tornare alle urne. Meno che mai per far posto ad un governo incolore che avrebbe l’unica conseguenza di affossare definitivamente il referendum.

Ci voleva più coraggio. Ci voleva un Veltroni pronto a proporre a Napolitano e a Berlusconi un governo bipartitico in grado, forse, di superare quindici anni di crisi, di odio distruttivo e nichilista, di riforme e controriforme, di uso politico della giustizia, di muro contro muro. Ci voleva un leader in grado di ammettere che la maggiore responsabilità, in questo senso, è del centrosinistra e della sua ossessione - molto personalistica e poco politica – per il gran nemico da abbattere con ogni mezzo. Forse sarebbe stato troppo; forse per questo ci vorrà ancora del tempo, ma non è illusorio pensare che, a prescindere dalla crisi attuale, il germoglio della normalizzazione è stato piantato e le priorità dell’agenda politica dei due maggiori partiti potrebbero, già nella prossima legislatura, coincidere. A patto però che una soluzione tutta italiana della crisi non ci rimandi indietro di anni; a patto che il presidente della Repubblica sciolga al più presto le Camere.

Valentina Meliadò




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25 gennaio 2008

Dalla crisi alla speranza. La fine di un'epoca?

Se è vero che la dignità è una cosa, e la tigna un’altra, quella che giovedì sera è caduta rovinosamente in Senato è la seconda. Una musata capricciosamente cercata e puntualmente arrivata, che con ogni probabilità segna l’epilogo definitivo degli espedienti governativi di Romano Prodi; una brindatina è d’obbligo. Nonostante la situazione generale in cui versa il Paese sia drammatica, ed anche se l’ultimo lascito politico di Prodi è un voto di sfiducia che brucia una serie di soluzioni alla crisi, gli scenari che si aprono con la caduta del governo preludono – forse – alla fine di un’epoca. Per questo lasciano un po’ perplessi le dichiarazioni dei leader del centrosinistra, che per spiegarsi il voto di sfiducia ricorrono al solito scaricabarile sui presunti traditori, sul complotto dei centristi e sulle colpe del Partito democratico, senza capire che a fallire è stato il vecchio schema di una coalizione dalle poche idee e dall’alta conflittualità tenuta insieme, di nuovo, dall’antiberlusconismo. Una miscela di menzogne e propaganda utile a coprire la realtà di un anno e mezzo di sventura; a molto poco vale il miglioramento dei conti pubblici ottenuto con pochissimi tagli e con l’aumento di tre punti percentuali della pressione fiscale, perché – anche senza calcolare le spese contenute nella finanziaria 2008 - i costi della controriforma delle pensioni incideranno pesantemente sui bilanci pubblici dei prossimi tre anni, il tutto nell’ambito di una nuova congiuntura internazionale negativa da affrontare in stato di grave impoverimento generale. Un bel capolavoro.

A voler essere gentili, si potrebbe dire che il governo Prodi ha riportato le lancette del Paese a sette anni fa, ma all’autocritica si preferisce il responsabile unico, il Pd, la cui unica colpa è in realtà il grande merito di aver funzionato da acceleratore storico, e - dunque – di aver effettivamente contribuito alla fine di un’epoca. Ma è qui che si pone, oggi, il problema maggiore. Perché se Veltroni andrà fino in fondo portando la ex sinistra comunista e cattolica ad una evoluzione che la vede in ritardo di anni rispetto al resto d’Europa, il centrodestra non potrà limitarsi ad una riedizione aggiornata della precedente esperienza di governo. L’aspirazione di Berlusconi di tornare subito alle urne è legittima, soprattutto avendo in mano ottimi sondaggi e la certezza che gli stessi alleati che, solo un anno e mezzo fa, avevano fatto di tutto per liberarsi di lui insieme alla sconfitta elettorale, sono pronti a tornare all’ovile. La rivincita è un desiderio che il Cavaliere coltiva da venti mesi, ma difficilmente si ripresenterà a breve l’occasione per l’Italia di voltare pagina; il nodo non è solo la legge elettorale, perché se è certo che non è una buona legge, è altrettanto vero che non le si può imputare in toto il problema dell’instabilità governativa, assai precedente alla sua introduzione. Il problema sono le riforme istituzionali ed economiche per le quali le singole coalizioni di governo non bastano; governabilità, bipolarismo, infrastrutture, pensioni, meritocrazia, spesa pubblica, sanità e istruzione, per i citarne solo alcune, sono sfide che nella migliore delle ipotesi un prossimo governo Berlusconi potrà vincere solo in parte e tra mille difficoltà, come è già stato, rischiando poi di vedere nuovamente sacrificate al furore ideologico le riforme migliori. Il declino del Paese non è più dietro l’angolo, è realtà, e questo stato di cose richiede uno sforzo e una rinuncia, richiede un accordo tra i due maggiori partiti, il Pd e Forza Italia, per uscire definitivamente da una crisi di sistema che nel mondo globalizzato non possiamo più permetterci. E’ vero che tutti i margini di manovra in questo senso sono stati bruciati dall’ostinazione cieca ed egoista di Prodi; è vero che Berlusconi fu deriso quando, all’alba del risultato elettorale del 2006, si fece promotore della grande coalizione, ed è vero anche che l’ipotesi di un accordo non è nelle corde dell’elettorato tanto del Pd quanto di FI, ma la situazione attuale può e deve essere vista come un’occasione irripetibile per chiudere un’epoca politica di scontri, ricatti, immobilismo, giustizialismo, declino. Da troppi anni l’Italia compie un passo in avanti e due indietro, da troppo tempo le idee hanno abbandonato la vita politica, culturale ed economica di questo Paese. E’ ora di voltare pagina. E’ ora di mettere in campo l’impensabile.

Valentina Meliadò




permalink | inviato da ValentinaMeliado il 25/1/2008 alle 17:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

22 gennaio 2008

Emergenza giustizia

Una volta si chiamava potere giudiziario. Insieme a quello legislativo ed esecutivo costituiva il principio filosofico di base su cui poggia qualsiasi Stato di diritto. Oggi invece è un sistema che, con le sue inchieste più recenti e più note, ha sferrato il colpo di grazia alla sua stessa autorevolezza e credibilità.

Per raccapezzarsi bisogna partire da zero, munirsi di un codice penale e di un buon libro di storia, e capire quale sia la differenza tra reato e malcostume, tra un comportamento penalmente sanzionabile e l’immoralità impunibile di un sistema politico clientelare che affonda le sue radici nelle lontane ragioni storiche della lottizzazione partitica di tutti gli aspetti della vita pubblica italiana. Quindici anni fa credemmo in massa di poter restituire una verginità al sistema politico ed economico del Paese con un’ondata giustizialista che, tuttavia, si rivelò ben presto frammentaria nella sua azione e inadeguata a guardare all’insieme della crisi con quella prospettiva storica che sarebbe stata indispensabile alla comprensione delle dimensioni e delle cause del problema. Avremmo dovuto imparare, da allora, che le crisi del sistema politico non possono essere risolte dalle procure, tanto è vero che – caduta la prima repubblica e tolti di mezzo i principali protagonisti – il sistema attuale non è meno corrotto e clientelare e l’insofferenza popolare non è minore né diversa da quella del ’92. La conseguenza più rilevante e più grave di tutti questi anni di protagonismo giudiziario, l’anomalia insuperata e il vero motivo del contrasto tra poteri, è che la magistratura si è ritagliata un ruolo determinante negli equilibri politici, e – a differenza di quanto accade per gli eletti del Parlamento, democraticamente insultati, derisi, screditati e vilipesi dagli italiani – si è arrogata il diritto di punire chiunque osi contestarne l’operato. Ha imposto il principio che qualsivoglia critica all’azione di un magistrato è un attentato alla sua indipendenza, un insulto inaccettabile alla sua professionalità e all’intera categoria, e – grazie anche all’autoreferenzialità del suo organo di controllo – si è trasformata in una coriacea casta di intoccabili. Ma perché dovrebbe essere legittimo contestare, criticare e insultare le leggi votate dal Parlamento, mentre non lo è avanzare qualche perplessità sul come queste leggi vengono applicate e fatte rispettare dai magistrati? Perché i politici dovrebbero essere tutti corrotti e incapaci, mentre i giudici tutti corretti e infallibili?

Il problema che in pochi sembrano voler affrontare è il ristabilimento dell’equilibrio tra i poteri dello Stato e del senso delle proporzioni tra reati e condanne. Se il ministro Di Pietro afferma che le accuse lanciate da Mastella al momento delle sue dimissioni sono un atto eversivo, vuol dire che è diventata prassi comune scambiare i ruoli della magistratura con quelli del Parlamento. L’eversione è un attentato alle istituzioni rappresentative, elettive e democratiche dello Stato; il potere giudiziario, per quanto grande e sostanziale alla vita di una democrazia, non è elettivo e non ha altro dovere che quello di far rispettare le leggi votate dai rappresentanti del popolo. Il fatto, incontestabile, che l’attuale classe politica sia decadente e poco credibile, non giustifica lontanamente l’idea che la magistratura possa scalzare la politica in fatto di rappresentatività e autorevolezza delle istituzioni. E neanche che la moralizzazione del sistema possa passare attraverso inchieste e arresti che – almeno apparentemente – non contengono serie ipotesi di reato. Non se ne ravvisano, ad esempio, nell’inchiesta napoletana aperta a carico di Silvio Berlusconi per aver tentato di far cadere il governo Prodi secondo la prassi non certo illegale di portar via qualche senatore alla maggioranza; sarebbe come aprire un’inchiesta ogni volta che un partitino minaccia la crisi di governo se non soddisfatto in qualche sua richiesta, e ci vorrebbero milioni di magistrati per stare dietro a tutti i compromessi, le trattative, gli scambi di favori e i ricattucci che i partiti e le coalizioni e le giunte si fanno a vicenda per spartirsi le poltrone. Ci vorrebbe un’intera procura soltanto per stare dietro alle trattative in corso per il voto di martedì e di mercoledì su Mastella e Pecoraio Scanio…

Se tutto ciò è avvilente, come in effetti è, sarebbe il caso di avviare una riflessione sulle tante leggi che consentono ai partiti di decidere su aspetti della vita pubblica che dovrebbero sottostare a pure regole di meritocrazia, piuttosto che cumulare più inchieste sui raccomandati che sulla camorra; bisognerebbe poi saper distinguere tra raccomandazione e segnalazione, tra chi ricopre un ruolo perché imposto da qualcuno e chi magari ha avuto una possibilità e si è dimostrato all’altezza. Infine una domanda: se la signora Lonardo è davvero agli arresti domiciliari per la frase comparsa sugli atti per ora a disposizione, come mai in giro ci sono fior fiori di ladri, rapinatori, spacciatori e stupratori? Qual è la proporzione tra un provvedimento di restrizione di libertà per tentata concussione (dove il presunto concusso nega categoricamente), e la realtà di un sistema giudiziario che non riesce a tenere in carcere, mediamente, un pedofilo per più di tre o quattro anni? Chi mai risponderà?

Valentina Meliadò




permalink | inviato da ValentinaMeliado il 22/1/2008 alle 11:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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